La conquista di Javier Marin Correva l'anno 1519, quando Hernàn Cortès, a capo di appena 550 uomini, iniziò la conquista del Messico a partire dalla costa vicino all'odierna Veracruz. Ma l'arrivo di Cortés, purtroppo per il re azteco Montezuma, coincise con la data per la quale era stato predetto il ritorno di Quetzalcoatl. Gli invasori avevano la pelle chiara e la barba, come Quetzalcoatl, ed erano venuti da est, vale a dire da dove lui era svanito: ciò li indusse a riceverli con doni in oro e gioielli, con il risultato di accendere la bramosia degli spagnoli. In meno di tre anni gli spagnoli riuscirono poi, con diverse spedizioni, a sconfiggere gli Aztechi e a stabilire un efficace controllo sulla maggior parte del Messico. Quasi 500 anni dopo, Javier Marin sbarca in Versilia e conquista Pietrasanta con un drappello di nove nobili cavalieri, tre imponenti teste ed altri validi "combattenti" in nome di una cultura legata alla pace e all'inutilità di tutti i conflitti. Forse alcune delle sue figure possono ricordare gli antichi spagnoli, ma vogliono incarnare soprattutto gli indigeni come sono ora, quale risultato di molte razze e di molti secoli passati. Ora il Messico è ritornato ad essere una grande potenza, dove però le teste del potere sono rotolate via dai propri corpi, conservando nello sguardo una struggente malinconia e nei lineamenti del volto una fierezza stanca, indice di una possanza disfatta. Le radici del Messico risiedono in quella ingenua e sincera ospitalità che Montezuma aveva predisposto nella sua accoglienza agli spagnoli, nel suo preparare opportuni chalchihuites, pietre preziose, che simboleggiavano la vita, l'acqua, il sangue, in forme di cerchi concentrici. Il messaggio di Marin è filtrato anche attraverso i suoi Chalchihuites, ruote monumentali, simbolo della continua circolarità del creato, in cui però l'artista inserisce innumerevoli frammenti di corpi, legati quasi casualmente ma indissolubilmente assieme, a testimonianza dell'inanità della violenza umana. A questi si accompagnano languide ma tormentate figure femminili ed autorevoli volti maschili, forse depositari di una saggezza postuma: quasi rappresentassero la carne e lo spirito, queste sculture introducono la perenne dicotomia insita nell'essere umano, una diatriba costante, una battaglia mai vinta. Con la sua personalissima visione artistica, Marin evidenzia nel suo contemporaneo alcuni tratti salienti del passato, sia attraverso i simboli delle origini culturali della sua terra, che stilemi artistici che possono ricollegarsi al tardo Cinquecento italiano. Quale migliore piazza, se non quella di Pietrasanta, per proporre una tale singolare combinazione? Un sincero ringraziamento alla Galleria Barbara Paci e all'Arch. Corrado Lazzotti per aver reso possibile un progetto così ambiziosamente valido e particolare. Pietrasanta, giugno 2008 L'ASSESSORE ALLA CULTURA Dott. Daniele Spina Comunicato Stampa Il doloroso tema della conquista, all'origine di tanti moderni conflitti, è al centro della ricerca compiuta dal giovane artista messicano Javier Marín nella mostra dell'estate 2008 di Pietrasanta. Già noto in Italia per la sua significativa partecipazione nel 2003 alla Biennale di Venezia, Marín interpreta due spazi emblematici della città toscana, il complesso di Sant'Agostino e la piazza del Duomo, con un percorso che coniuga efficacemente forme e fonti europee e caratteri propri della sua terra d'origine. L'artista ha fatto tesoro della lezione dei grandi maestri italiani e francesi del Cinquecento - in particolare Pontormo, Rosso Fiorentino e Michelangelo - legandola a immagini e soggetti propri della cultura messicana. Ecco dunque prendere forma corpi solidi e scattanti, ritratti dallo sguardo sensuale, colori caldi che ben si mescolano a sensibilità barocche. La mostra La piazza dei sogni è un'iniziativa dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Pietrasanta in collaborazione con la Galleria Barbara Paci e con l'importante contributo critico di Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani di Roma. Marín, recentemente entrato a far parte della nutrita comunità di artisti di Pietrasanta, presenta un progetto di forte coinvolgimento emozionale. La sua è una profonda ricerca retrospettiva per una conoscenza del presente attraverso la storia. Per le sue sculture l'artista privilegia la resina, in quanto materiale estremamente contemporaneo, che mescola con semi di amaranto, carne secca, petali di fiori, foglie di tabacco, creando colorazioni e sfumature originali, dove la trasparenza della resina si fonde ai colori della natura e della cultura del Messico. Marmi e bronzi completano il percorso creativo. Responsabile del progetto espositivo è l'architetto Giulio Lazzotti. In piazza del Duomo saranno installate nove sculture monumentali in resina, di oltre cinque di altezza. Nove di queste saranno un vero e proprio corteo di cavalli e cavalieri sorretti da alti piedistalli, tutti rivolti verso la Chiesa di Sant'Agostino, cuore pulsante della mostra. Per l'artista è fondamentale trasmettere il doppio messaggio di potere e perdono: potrebbero essere i conquistadores che attendono, frementi, di partire per la battaglia oppure i coraggiosi difensori di una città inerme. Strumento di progresso, il cavallo è certamente anche il simbolo di una fedeltà senza tempo. Marín lo evoca con ferma pesantezza, all'ombra dei candidi marmi della piazza. L'impianto espositivo si completa con tre sculture di cinque metri ciascuna raffiguranti volti umani. Sono simboli delle pesanti ideologie che hanno sovrastato e che, ancora oggi, catturano popoli e civiltà. Ecco perché l'artista li pone rotolanti e monumentali sul semplice terreno: rappresentano il naturale ed inevitabile crollo delle ideologie. Questi volti, divisi dal robusto corpo che li sorreggeva, acquistano finalmente una natura mortale e non più ostile. L'interno della Chiesa di Sant'Agostino è dominato da due grandi "ruote" (di cinque metri di diametro ciascuna) composte di decine e decine di frammenti di corpi umani in resina color carne. Le imponenti ruote sono il simbolo universale di tutte le inutili guerre combattute dall'uomo: vortici di corpi distrutti, smembrati e senza possibilità di fuga. A questo si unisce la simbologia del cerchio di corpi tanto cara alla cultura azteca, considerata da Marín il suo reale e genuino background culturale. Le due sculture, dal titolo Chalchihuite, recano un potente messaggio di appartenenza alla cultura e all'arte pre-ispanica. Semplicemente primordiale è, invece, il corpo umano, protagonista del resto dell'esposizione con quindici sculture di medie e piccole dimensioni in marmo, bronzo e resina. Una fisicità composta, talvolta, di pezzi e di frantumi legati insieme, un ammasso assemblato appositamente a posteriori con risultati volontariamente imperfetti, che restituiscono a questo "uomo plurimo" una sorta di unicità ricomposta. L'uomo è ancora quello rinascimentale, padrone della prospettiva che tutto ordina, anche se, evolvendo, sa usare il passato per potersi definire "contemporaneo". L'uomo di Marín è segnato dal tempo, dalla negatività e dalla positività della vita; riflette, non senza una vena di autentica autocritica. "Questa mostra - spiega l'assessore alla cultura Daniele Spina - mette ancora una volta in evidenza il forte aspetto di interculturalità proprio della città di Pietrasanta. Da decenni la città si pone come punto d'incontro tra artisti provenienti da tutto il mondo ed artigiani specializzati. Linguaggi artistici, stili di diversa origine e natura si intrecciano, si fondono e si confrontano, pur conservando la dignità culturale propria del paese di provenienza, attraverso comuni esperienze svolte nei laboratori del marmo e del mosaico, nelle fonderie artistiche, nelle decine di atelier degli artisti italiani e stranieri disseminati nel tessuto cittadino". |