L'altro sironiano Mario Sironi nel 1903 -già stimato artista- dichiara che la pittura è "la sola religione della mia vita: adoro il bello e la natura; non credo ad altro". Egli ha usato, infatti, la pittura quale mezzo espressivo per comunicare la sua filosofia d'arte e di vita, sfruttando spesso il linguaggio allegorico per rimandare ad altro, ancora più profondo ed ineffabile. Il lavoro duro quotidiano, la solitudine dell'anima, l'ineluttabile sofferenza della condizione umana, il paesaggio scabro e desolato, composizioni di figure ieratiche e isolate, sono tutti temi che fanno parte dell'idioma consueto dell'artista, che in questa circostanza sono ancora più evidenti e pregnanti nel loro significato. Un'iconografia intensa e talvolta ostica all'interpretazione, ma sicuramente contemporanea anche al giorno d'oggi, in cui la poeticità che Sironi riesce a conferire al dramma della vita sfocia in una lirica assoluta, modulata da colori, segni e tonalità che ne orchestrano in un modo quasi liturgico l'afflato. Nella tradizione delle grandi mostre estive, Pietrasanta ospita questa 'finestra' sul mondo sironiano, organizzata e curata con grande maestria e respiro dalla Dr.ssa Claudia Gian Ferrari, un'occasione peculiare per apprezzare il mondo ancora poco esplorato di questa figura retorica -l'allegoria- nell'uso che ne fa Mario Sironi. Vi emergono paradossalmente proprio un disperato attaccamento alla vita e una speranza proiettata verso un futuro migliore, che sembra però venir smentita già in nuce. In fondo, lo stesso artista, a proposito dell'equilibrio della vita, sosteneva che "il mondo è fatto come un cinema - mentre si svolge la pellicola si può essere certi che all'eroe non succede niente fino all'ultimo atto altrimenti bisognerebbe cambiare film - così è la vita e noi i burattini". Pietrasanta, luglio 2006 L'ASSESSORATO ALLA CULTURA |